GIO, 26 NOVEMBRE 2020

SCANDALO RIFIUTI – Analisi del fallimento

Da tempo ormai immemorabile il settore dei rifiuti nella provincia di Agrigento salta agli onori (?) delle cronache per i continui stop nella raccolta, nel conferimento in discarica o, forse peggio, nei pagamenti degli stipendi ad operatori ecologici e delle spettanze alle imprese. Ma perchè? E cosa comporta tutto questo? È presto detto. Il sistema, oggi in “evoluzione non definita”, ha visto – ed in qualche modo vedrà sino al (scorri per leggere il resto)
SCANDALO RIFIUTI – Analisi del fallimento

rifiuti_bolletteDa tempo ormai immemorabile il settore dei rifiuti nella provincia di Agrigento salta agli onori (?) delle cronache per i continui stop nella raccolta, nel conferimento in discarica o, forse peggio, nei pagamenti degli stipendi ad operatori ecologici e delle spettanze alle imprese.

Ma perchè? E cosa comporta tutto questo? È presto detto.

Il sistema, oggi in “evoluzione non definita”, ha visto – ed in qualche modo vedrà sino al compiuto parto delle S.R.R. (con i se ed i ma tutti italiani del caso e con poche differenze rispetto al modello che stiamo spiegando, fatto salvo il raggio d’azione più ampio) – la gestione di tutto il settore affidata a quei carrozzoni pubblici chiamati dal legislatore A.T.O. (acronimo di Ambito Territoriale Ottimale). Gli ATO altro non sono che società di diritto privato i cui proprietari sono i Comuni. Nella provincia di Agrigento sono state tre ed hanno fatto geograficamente riferimento ad altrettante aree distinte: quella facente riferimento all’hinterland di Agrigento (GESA), quella facente riferimento all’hinterland di Sciacca (SOGEIR) e quella dell’hinterland di Licata (DEDALO).

Come funziona il sistema? Facile:
1. i cittadini hanno la necessità evidente di un servizio pubblico di raccolta e smaltimento dei rifiuti;
2. i Comuni incaricano al riguardo l’ATO per la gestione del servizio;
3. l’ATO, tramite procedura ad evidenza pubblica, affida i servizi a ditte specializzate per eseguire i servizi. I servizi sono di varia natura, naturalmente, e vanno dalla raccolta dei rifiuti, allo smaltimento, alla riscossione della TARSU/TIA.

La TARSU/TIA comunemente definita “tassa sui rifiuti” è il costo che i cittadini pagano per tutti i servizi ambientali di cui usufruiscono. Come nasce la tariffa? Per semplificare possiamo dire che il costo del servizio in un Comune viene suddiviso tra i contribuenti stimati. Naturalmente anche in questo caso, come sovente in Italia, i livelli di evasione sono considerevoli e non tutti i cittadini pagano quanto dovuto.
Si pone quindi un altro problema: il servizio ha un costo ben definito, ma se non tutti i cittadini pagano dove prende l’ATO i soldi mancanti all’appello per pagare i fornitori? E qui “casca l’asino”! Il legislatore, prevedendo anche questa ipotesi, ha ben pensato di dire (anche qui semplifichiamo volutamente): ogni Comune deve corrispondere all’ATO la quota parte di quanto dovuto dalla propria cittadinanza e non incassato.
Il risultato? Lo trovate, a titolo di esempio, nelle tabelle successive elaborate dagli operatori di settore e gentilmente concesseci.

{gallery}ambiente/incassi_rifiuti_2010{/gallery}

Pare inutile sottolineare che è scandaloso il fatto che, per l’ATO Dedalo, 4 comuni su 7 si aggirino sul 100% di non incassato per il 2010. Per l’ATO Gesa, invece, si registrano punte di oltre il 40% di mancato incasso con riferimento allo stesso anno. Un plauso, sempre per il 2010, deve in questa situazione essere fatto al Comune di Naro che, al contrario, è poco al di sopra dell’1%.

Nel tempo quindi i Comuni si sono trovati a dover sopperire ai mancati incassi con soldi presi “dal proprio portafoglio” e quando questi soldi non sono stati nelle loro disponibilità ad alimentare un debito nei confronti dell’ATO di riferimento. Debito che, stante l’attuale assoluta mancanza di liquidità da parte degli Enti Locali, è piuttosto difficile possano pagare, soprattutto nell’immediato.
A ciò si aggiunga un problema: i Comuni spesso hanno qualche difficoltà a riconoscere questo debito. Anche in questo caso il perchè è presto detto. Ogni Comune, come una qualsiasi società privata o famiglia ha un proprio bilancio: tanto entra in un anno, tanto si può spendere al massimo in quell’anno. Nel caso dei Comuni, se si arrivasse al punto in cui non ci fossero più sufficienti soldi da spendere, si dichiarerebbe il cosiddetto dissesto finanziario. Tornando al “caso rifiuti” e collegandolo con quanto appena detto, i Comuni, probabilmente, anche per non arrivare a questa ingloriosa situazione hanno tutto l’interesse a “contestare” certi livelli di debito.

Per concludere:
1. i cittadini non pagano l’esosissima “tassa sui rifiuti”;
2. l’ATO non incassa la tariffa, non ha soldi per pagare i fornitori e si rivolge, come previsto dalla legge, ai Comuni;
3. i Comuni non hanno soldi e fanno “orecchie da mercante”;
4. l’ATO non paga le aziende fornitrici;
5. le aziende non pagano i dipendenti ed i loro fornitori.

Tutto questo, oltre a distruggere la vita di intere famiglie direttamente coinvolte come impiegati, brucia tutta la filiera produttiva che è in costante carenza di liquidità finanziaria, quindi non ha accesso al credito, quindi non investe e quindi non assume (anzi, in questo momento licenzia). Se la gente non lavora, evidentemente, non consuma. E si blocca semplicemente tutto il sistema.

Giusto per dare un paio di numeri che ci hanno fornito autorevoli operatori del settore. Con riferimento alla sola GESA lavorerebbero circa 500 persone ed i debiti nei confronti delle aziende fornitrici di servizi, in tanti casi non pagati da anni, ammonterebbero a più di 15 milioni di euro.

Torniamo all’oggi. Il legislatore ha recentemente modificato la normativa di settore e quindi la filiera intera: si dovrebbe passare dagli ATO alle S.R.R. (acronimo di Società di Regolamentazione dei Rifiuti). In pratica, continuando a semplificare, tutto diverrà dimensionalmente più grande e, per esempio, nella nostra provincia si passerà da 3 ATO a 2 SRR. Le vecchie ATO sono quindi in fase di soppressione. E qui “casca (nuovamente) l’asino”. I lavoratori e le aziende (fornitori diretti ed indotto) hanno perso il sonno nel timore che le ATO (poco, ma molto poco capitalizzate) chiudendo possano non onorare i loro debiti sino ad arrivare ad uno tsunami in cui si aprirebbero almeno le due seguenti ipotesi: la prima è che si arrivi a proporre una transazione (del genere io ti devo un euro, ma posso dartene subito solo mezzo, accetti?); la seconda vede un futuro fatto di fallimenti, disordini sociali e lunghissime cause per recuperare tra non si sa quanto tempo il credito.

 

*Hurriya*

Redazione

InfoAgrigento WebGiornale è una testata giornalistica nata del 2008, con ambito di interesse geografico legato alla provincia di Agrigento ed al contesto dell'informazione siciliana.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.