GIO, 26 NOVEMBRE 2020

DA LAMPEDUSA LE PORTE DEL CAPITALISMO – Speciale sulla più grave tragedia dell’immigrazione

Servizio speciale di Mauro Indelicato e Roberta Barone, con le riprese e le foto di Salvatore Pisciotto, sui dieci giorni più funesti del capitolo ventennale dell’immigrazione a Lampedusa ed in provincia di Agrigento: dal giorno della tragedia a quello dell’arrivo delle salme a Porto Empedocle. [youtube id=”33jbQ3WFg98″ width=”424″ height=”239″] E’ l’alba del 3 ottobre 2013; Lampedusa sta ancora dormendo, soltanto alcuni pescherecci sono a lavoro su un mare che sembra (scorri per leggere il resto)
DA LAMPEDUSA LE PORTE DEL CAPITALISMO – Speciale sulla più grave tragedia dell’immigrazione

Servizio speciale di Mauro Indelicato e Roberta Barone, con le riprese e le foto di Salvatore Pisciotto, sui dieci giorni più funesti del capitolo ventennale dell’immigrazione a Lampedusa ed in provincia di Agrigento: dal giorno della tragedia a quello dell’arrivo delle salme a Porto Empedocle.

[youtube id=”33jbQ3WFg98″ width=”424″ height=”239″]

E’ l’alba del 3 ottobre 2013; Lampedusa sta ancora dormendo, soltanto alcuni pescherecci sono a lavoro su un mare che sembra abbastanza calmo e dove le onde, con il consueto ritmo quotidiano, lambiscono le coste dell’isola. Ad un certo punto però, non lontano dall’isola dei consigli, lo scenario cambia: si sentono lamenti, urla, una barca piena di turisti è la prima ad accorgersi che qualcosa di grave stava accadendo. Non lontano dal paradiso delle coste lampedusane, un fumo denso che esce da un barcone in avaria segnala l’inizio dell’inferno per tante vite, tante storie, tante famiglie.

Su quella piccola imbarcazione che inizia a colare a picco, ci sono più di 500 persone, tra cui molte donne e molti bambini, provenienti dal corno d’Africa. Partiti da uno Stato che non c’è più, da una Libia smontata pezzo dopo pezzo, in cui la legge dei trafficanti di uomini impera nei porti del paese, adesso queste persone stanno per incontrare la morte a poche miglia da Lampedusa. Solo in 150 si salveranno; tutto il resto, sarà recuperato inerme e posizionato dentro un vecchio hangar dell’aeroporto dell’isola. E’ la più grave sciagura dell’immigrazione in Italia, anche Lampedusa, abituata da 20 anni all’emergenza immigrazione, rimane sconvolta e questo a tre mesi esatti dalla visita di Papa Francesco sulla più grande delle Pelagie, svolta proprio per richiamare l’attenzione sul fenomeno con cui i lampedusani faticano sempre di più a convivere. E’ giunto Alfano, è giunto Letta, è giunto Barroso, tutti a render omaggio a quei corpi senza vita, tutti fischiati da cittadini sempre più stanchi.

“Se un uomo ha fame non regalargli un pesce, ma insegnagli a pescare. Solo così non lo avrai sfamato per un giorno, ma per sempre”, dice così un famoso proverbio cinese. Eppure esiste un capitalismo universale che pone il profitto economico di fronte l’importanza della vita umana. Rubiamo ricchezze e materie prime ad una terra tra le più ricche del mondo. E lo facciamo secondo un imperialismo legalizzato e teso ad ingrossare le multinazionali che a loro volta controllano le nostre vite indirizzando i nostri acquisti, i nostri gusti, le nostre scelte. A cosa serve mettere la monetina se non ripariamo il buco dello stesso salvadanaio? Ancora una volta Lampedusa si trova a risolvere un problema di cui l’Europa sembra non curarsene. Quei mari, che diventano sempre più una tomba a cielo aperto, rappresentano la speranza di chi fugge, la difficoltà di chi accoglie, il profitto di chi dirige. A chi giova tutto questo?

Intanto, l’inchiesta sull’accaduto, inizia a prendere corpo: è stato arrestato lo scafista, un tunisino di 35 anni chiamato “White man” dai sopravvissuti, che adesso nega le accuse dalla sua cella del carcere di contrada Petrusa.
Proprio ieri in una calda domenica pomeriggio siciliana, presso il molo di levante del porto di Porto Empedocle, la nave militare Cassiopea entrava nella struttura portuale empedoclina, con le tante bare assiepata una a fianco l’altra, indicate con dei numeri e pronte per essere tumulate nei vari cimiteri della provincia agrigentina.

Su Lampedusa adesso i fari si stanno spegnendo, sulla tragedia consumata, calerà forse in silenzio: ma quel tratto di mare in cui più di 300 anime hanno perso la vita, sarà sempre lì, con le sue onde, a ricordarci cosa vuol dire essere del terzo mondo, essere emarginati da un sistema che premia solo i potenti.

Redazione

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