GIO, 26 NOVEMBRE 2020

Alfano, il Cupa e la cultura dell’immigrazione

Dopo mesi di manifestazioni, assemblee e futili rassicurazioni tese a scongiurare la paventata chiusura del Polo Universitario di Agrigento, ma anche dopo anni di lenta e sofferta agonia, di uno status di incertezza alternato a pause di iniezioni forzate di ossigeno che ha lentamente diminuito anche il numero degli iscritti (“chiude o non chiude? Visto il rischio iscrivo mio figlio altrove!”), adesso finalmente i quasi tre mila studenti e lo (scorri per leggere il resto)
Alfano, il Cupa e la cultura dell’immigrazione

C.Italia: Alfano, pensiamo a Daspo a vitaDopo mesi di manifestazioni, assemblee e futili rassicurazioni tese a scongiurare la paventata chiusura del Polo Universitario di Agrigento, ma anche dopo anni di lenta e sofferta agonia, di uno status di incertezza alternato a pause di iniezioni forzate di ossigeno che ha lentamente diminuito anche il numero degli iscritti (“chiude o non chiude? Visto il rischio iscrivo mio figlio altrove!”), adesso finalmente i quasi tre mila studenti e lo stesso personale del Polo possono tirare un sospiro di sollievo: quello nostro diventerà un Centro interdipartimentale dell’Università di Palermo, altamente specializzato sui temi della migrazione e della sicurezza nei mari e nella zona del Mediterraneo.

L’idea, già ufficializzata, nasce da una serie di incontri tenutosi al Viminale e presieduti dal Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, insieme ai vertici dello stesso Cupa e al Cardinale Montenegro, indetti al fine di consolidare il progetto in una convenzione già sottoscritta tra l’Università e il Dipartimento per le libertà civili e per l’immigrazione al Viminale. Lo scopo? Quello di “salvare” in extremis il Polo Universitario di Agrigento grazie allo stanziamento, da parte del Ministero dell’Interno, di fondi direttamente vincolati alla concretizzazione di un’iniziativa che- secondo quanto dichiarato da Alfano (e riportato da Agrigento.press)- “rilancia la centralità e la vocazione di Agrigento e della Sicilia sui temi strategici delle politiche migratorie, attraverso un percorso di sviluppo della conoscenza e di qualificazione tematica e culturale del Polo Universitario della Provincia di Agrigento”.

Tralasciando per un attimo quel fatto che spontaneamente ci spinge a paragonare il Polo Universitario di Agrigento ad un malato a letto di uno di quei centri “mangiasoldi” che sembrano avere interesse a mantenerlo tale, seppur concedendogli ogni tanto qualche trattamento o boccata d’aria pur di farlo sopravvivere; e tralasciando perfino gli accostamenti un po’ meno spontanei e certamente più realistici tra gli affari “Mafia Capitale”, il centro di accoglienza del Cara di Mineo (che vede indagati uomini del Nuovo Centro Destra di Alfano) e quel business dell’immigrazione favorito da chi ha interesse ad impoverire sempre di più quelle terre africane sfruttate da anni di colonialismo da parte delle multinazionali, nonostante poi le lacrime di coccodrillo, riteniamo giusto non fermarci alla prima euforia derivante dalla notizia del salvataggio (per i prossimi tre anni) del Polo Universitario, senza riflettere sul progetto in questione.

Innanzitutto poniamoci una chiara domanda: cosa vogliamo farne dell’immigrazione? Cosa ne stiamo facendo di un fenomeno che bisognerebbe controllare, diminuire, combattere? Un fenomeno che nella storia si è sempre cercato di sconfiggere perché legato ad esigenze, certamente temporanee, di sopravvivenza, di disoccupazione, di sfruttamento. Fenomeni certamente legati ad uno status offensivo della condizione umana, di quel diritto fondamentale dell’uomo a non essere privato della libertà di crescere i propri e vivere nella propria terra di origine. Condizione o conseguenza che però sfocia ormai nel diritto (successivo a quella esigenza primaria ostacolata da interessi che Thomas Sankara un tempo denunciava) a ricevere accoglienza e assistenza nei Paesi Europei, già fortemente colpiti da una crisi finanziaria senza precedenti. Il problema sta proprio qui: i fautori di quella condizione disagiata di Paesi ricchi come l’Africa ma poveri perché derubati, sembrano essere poi gli stessi che gridano al “razzismo” pur di giustificare e presentare come un fenomeno positivo quella dell’accoglienza, piuttosto che sottolineare l’esigenza di garantire a quella gente una normale esistenza nel Paese d’origine.

L’immigrazione diventa allora, e fin troppo facilmente, motivo di speculazione piuttosto che di indignazione. Migliaia e migliaia di morti in quei mari che sanno di Inferno, trasformati in oggetto di studio, di analisi, di ricerca, in motivo di “vanto” per una Università che dovrà subordinare la propria sopravvivenza ad un fenomeno triste come quello dell’Immigrazione piuttosto che alle sue bellissime testimonianze culturali, archeologiche e storiche legate al turismo, alla civiltà, alla storia che mai dorme per dare un senso al presente. Patrimoni di inestimabile valore che però rimangono, e lì muoiono, nelle belle parole e nei bei discorsi di campagna elettorale. E chissà cosa ne se farà un giovane agrigentino, di questi studi “sui flussi migratori, quando magari sarà anche lui costretto ad emigrare.

Roberta Barone

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