GIO, 23 NOVEMBRE 2017

Libia, immigrazione ed il ruolo di Agrigento nel Mediterraneo: intervista a Michela Mercuri

La Libia è di fonte le nostre coste ed è da lì che ha origine quel fenomeno migratorio a cui la nostra città è esposta da anni: per capire meglio la situazione, le cui conseguenze hanno eco anche e soprattutto nel nostro territorio, abbiamo intervistato Michela Mercuri, docente di Storia contemporanea dei paesi mediterranei presso l’Università degli Studi di Macerata, esperta di geopolitica presso diverse testate del settore e commentatrice per SkyTg24 e Radio 1. (scorri per leggere il resto)
Libia, immigrazione ed il ruolo di Agrigento nel Mediterraneo: intervista a Michela Mercuri

Michela Mercuri

Intervista a cura di Mauro Indelicato

–      Nei giorni scorsi, la Questura di Agrigento ha tratto in arresto tre nigeriani con l’accusa di maltrattamenti e vessazioni nei confronti dei migranti che in Libia aspettavano il momento di imbarcarsi: i macabri racconti emersi, hanno destato scalpore ed indignazione in città. In tanti, soprattutto, si sono chiesti come sia possibile per le bande criminali che gestiscono il traffico di esseri umani agire così indisturbate dentro il territorio libico. Com’è possibile, per l’appunto, che tutto ciò accada?

E’ possibile perché dalla caduta di Gheddafi la Libia è uno “Stato fallito”. Non c’è un’autorità centrale in grado di garantire la sicurezza. Il Paese è letteralmente in mano alle milizie e ai gruppi armati che controllano porzioni di territorio e risorse e ingaggiano continui scontri. Nessuno è stato fin qui in grado di disarmarle e riportare un barlume di ordine nel territorio. Come se non bastasse ci sono due centri di potere: a Tripoli, nell’ovest, c’è il Governo di accordo nazionale guidato da Fayez-al Serraj che è stato voluto dall’Onu, mentre a Tobruk regna il generale Khalifa Haftar che non riconosce l’autorità del premier di Tripoli. Le potenze internazionali e regionali appoggiano l’una o l’altra fazione in base ai propri interessi economici o strategici, alimentando il caos e le divisioni interne. In questo stato di anarchia le bande criminali si muovo pressoché indisturbate perché in realtà nessuno fa niente per limitarne il potere.

–    In che modo le bande criminali gestiscono il traffico di migranti? In particolare, che tipo di organizzazione hanno al proprio interno e da chi sono composte?

I migranti, in linea di massima, arrivano dal sud dell’Africa (o dal Mali, dal Niger, dal Ciad, etc.) passano attraverso il deserto meridionale libico (il Fezzan) dove vengono letteralmente venduti ai trafficanti e arrivano sulle coste della Tripolitania. Qui vengono “smistati” in 34 centri di detenzione che non sono controllati, se non in rari casi, dalle autorità di Tripoli. Per la più parte sono gestiti da milizie e gruppi locali su cui il Governo di accordo nazionale non ha nessun potere. C’è poi la “guardia costiera” che, tra le altre cose, dovrebbe garantire i salvataggi in mare e che il governo italiano si è impegnato a finanziare e addestrare. Il problema, però, è che quest’organo è spesso formato da un magma di soggetti spesso corrotti e collusi con i trafficanti.

–  Agrigento ha vissuto in prima linea il dramma del fenomeno dell’immigrazione a partire dal 2011, anno in cui sia in Libia che in Tunisia, dirimpettaie alle coste della nostra provincia, sono scoppiate le rivolte della cosiddetta ‘primavera araba’: in quale contesto storico e culturale sono maturate queste proteste e perché hanno subito attecchito proprio nella sponda opposta del Mediterraneo?

Le cause vanno ricercate nella storia. Dopo un doloroso processo di colonizzazione prima e di decolonizzazione poi, la più parte di questi Paesi ha dovuto fare i conti con regimi e autocrati che se da un lato hanno garantito un’apparente stabilità dall’altro non hanno saputo assicurare un’adeguata crescita socio-economica e il rispetto dei diritti fondamentali. La disoccupazione dilagante, l’assenza di libertà e la corruzione endemica di molti governi hanno funto da detonatore per le proteste che tra il 2010 e il 2011 hanno investito la maggior parte dei Paesi dell’area. Tuttavia anche se molti Stati del Mediterraneo hanno sperimentato simultaneamente delle rivolte popolari, guidate per lo piùda giovani e causate da un comune senso di insoddisfazione e frustrazione, non esiste un’unica rivolta araba ma una serie di movimenti popolari collocati in altrettanto diversi contesti sociali, economici e politici.  In Egitto e in Tunisia le piazze erano colme di giovani senza un colore politico néuna connotazione religiosa che in un contesto moderno e secolarizzato chiedevano lavoro, dignitàe riforme. In Libia, invece, si è trattato di rivolte di imprinting tribale e localistico. Anche per questo gli esiti sono stati in parte diversi.

–  Le chiedo due considerazioni sull’operato dei governi italiani che, dal 2011 ad oggi, hanno agito una volta esplose le problematiche relative alla primavera araba: la prima, concerne su un giudizio circa la gestione del flusso di migranti in arrivo sulle nostre coste, mentre la seconda riguarda una sua personale considerazione sulle mosse diplomatiche italiane inerenti alla questione libica.

Lo scorso 2 febbraio abbiamo siglato con Serraj “l’accordo sui migranti” con cui – in estrema sintesi- si intende fornire supporto finanziario e tecnico alla guardia costiera libica per fare in modo che possa limitare il traffico di esseri umani e migliorare i centri di detenzione. Sulla carta è una buona idea ma all’atto pratico presenta enormi criticità. In primo luogo Serraj non controlla il territorio da cui partono i migranti e non ha alcun potere sulle milizie che gestiscono i traffici. In secondo luogo ci siamo impegnati a supportare la guardia costiera che, come già ricordato, è spesso collusa con i trafficanti o sotto il giogo delle milizie. Abbiamo deciso di investire circa 800 milioni di euro in questo progetto. Ma la domanda è: nelle tasche di chi finiranno questi soldi? Anche per questi motivi credo che se da un lato la nostra presenza a Tripoli è necessaria per tutelare i nostri interessi (anche energetici visto che gran parte dei giacimenti dell’Eni sono in questa zona) dall’altra dovremmo sfruttare questa posizione per mediare un accordo con gli attori dell’ovest libico. Mi riferisco in particolare alla Russia che sostiene il generale Haftar.

–     In queste settimane, come ben si sa, una Procura siciliana (ossia quella di Catania) ha ipotizzato legami tra alcune ONG e le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di migranti: qual è la sua opinione circa l’operato delle navi delle ONG che operano a poche miglia dalla Libia?

Le Ong hanno avuto e hanno un ruolo importante per il soccorso l’accoglienza. Talvolta hanno garantito servizi che avrebbero dovuto essere assicurati da interventi istituzionali di carattere europeo. Tuttavia, se vi sono state attività non coerenti con i compiti previsti è necessario e giusto fare delle indagini. E’ dunque indispensabile lasciare che la procura concluda il suo lavoro per smentire o corroborare i sospetti e, nel caso, prendere adeguate misure. Il tutto senza criminalizzare il lavoro delle Ong in generale ed evitando sterili polemiche.

–   Tornando nello specifico alla situazione libica: in primis, crede che nel breve termine possano esserci evoluzioni tali da poter dare a Tripoli la capacità di mettere un argine al fenomeno migratorio?

Ricollegandomi a quanto già detto, credo che al momento le possibilità siano davvero scarse perché manca un’autorità in grado di controllare le milizie e che possa fungere da interlocutore realmente rappresentativo. E’ evidente che fintanto che non si troverà un modo per stabilizzare il Paese e limitare il potere dei gruppi armati qualunque azione rischia di cadere nel vuoto. Inoltre, l’intesa sui migranti si basa sull’oramai noto binomio“soldi in cambio di contenimento”, utilizzato anche nell’accordo siglato a Bruxelles il 18 marzo 2016 con la Turchia per il rimpatrio dei migranti irregolari. Con un po’ di sarcasmo potremmo definirlo un “bell’affare” che ci è costato tre miliardi di euro subito e altri tre dilazionati nel tempo e ci ha esposti alle “bizze” di Erdogan che, ad ogni minima critica europea nei confronti del suo operato, minaccia di riaprire i rubinetti e inondarci degli immigrati che abbiamo deciso di rimandare in territorio turco. Pagare un Paese per tenersi i migranti espone il soggetto “erogatore” a una situazione di “ricattabilità”. Chi ci garantisce che questo non accadrà anche con la Libia che, per di più, manca anche di una chiara leadership?

–    In secondo luogo, parlando più in generale del Paese nordafricano, di recente si è iniziato a parlare di un accordo tra il primo ministro riconosciuto dalle Nazioni Unite, Al Serraj, ed il generale Haftar: crede ci siano i margini per una ricomposizione del frastagliato Stato libico?

Non passando da questa strada. La “proposta politica” che sembra emergere dall’incontro di Abu Dhabi, infatti, è decisamente sbilanciata verso Tobruk, il che non dovrebbe stupirci visto che è stata mediata dai suoi alleati (Emirati, Egitto e Russia). In particolare si prevede un ruolo importante – in ambito istituzionale e militare – per Haftar che è il “nemico giurato” delle numerose forze islamiste del Paese. Difficilmente queste potrebbero accettare una soluzione politica che veda il generale in una posizione di potere. In particolare mi riferisco alle numerose e potenti milizie di Misurata, fin qui fedeli a Serraj ma che mal digerirebbero questo suo cedimento. E’ più plausibile ipotizzare una recrudescenza delle violenze nel Paese. Una soluzione politica deve passare anche per un accordo maggiormente inclusivo con le forze di Tripoli e dunque con una mediazione allargata ai suoi alleati. L’Italia da questo punto di vista potrebbe ancora aspirare a un qualche ruolo diplomatico.

–     Lei ha un blog dal nome ‘Le Voci dal Mediterraneo’, che sintetizza molto bene tanto le sue sensibilità culturali quanto le sue competenze accademiche e per questo le chiedo: crede che il mare che ogni giorno siciliani ed agrigentini ammirano davanti ai propri occhi sarà destinato, nei prossimi anni, ad essere luogo di sciagure e guerre oppure è possibile intravedere spiragli nel futuro?

Purtroppo non posso essere ottimista. Il Mediterraneo è diventato il teatro delle guerre per procura delle maggiori potenze regionali (penso in particolare all’Iran, alla Turchia e all’Arabia Saudita) e internazionali (Stati Uniti e Russia su tutti). Ognuno persegue i propri interessi nazionali anziché una visione comune, sostenendo le varie fazioni in campo e alimentando guerre infinite. Per esempio in Libia la Russia, la Francia, l’Egitto e gli Emirati finanziano Haftar per tutelare i propri interessi nell’est del Paese, a discapito del Governo unitario di Serraj, che però supportano nei tavoli diplomatici. In Siria, la Russia e l’Iran sostengono Assad, mentre l’Arabia Saudita i cosiddetti ribelli anti-regime solo per meri calcoli geostrategici. Fintanto che la realpolitik prevarrà sul buon senso e su un reale spirito di concertazione non ci sarà pace “nell’altra sponda” e il mare continuerà a restituirci le nostre colpe anche sotto forma di flussi migratori.

–      In conclusione, sempre a proposito di Mediterraneo: che idea si è fatta della Sicilia non solo in relazione al fenomeno migratorio ma, in generale, circa il ruolo che quest’isola può avere nella storia futura del ‘mare nostrum’?

La Sicilia, in virtù delle sue vicende storiche e del suo riconosciuto spirito di tolleranza e accoglienza può dare un contributo importante per realizzare un clima di convivenza pacifica nel Mediterraneo. Stiamo vivendo uno dei momenti più bassi dei nostri rapporti con la “sponda sud”. Nel 1995 l’Europa ha dato vita all’ambiziosa politica del partenariato euro-mediterraneo con l’obiettivo di creare un dialogo allargato in ambito economico, politico e sociale con i aesi  dell’area. A più di 20 anni non possiamo non constatarne i fallimenti. Le buone intenzioni si sono scontrate con le crisi interne di questi Stati ma anche con i fallimenti dell’Unione europea che non ha saputo parlare con una voce comune e ha vissuto il revanscismo degli egoismi dei singoli attori. La Sicilia, nonostante tutto, è stata capace di portare avanti una propria “politica di vicinato” e una propria idea di accoglienza. Un modello virtuoso, certo, ma che meriterebbe una maggiore attenzione e un maggiore sostegno da parte delle istituzioni nazionali ed europee.

 

 

 

 

Redazione

InfoAgrigento WebGiornale è parte di un portale di più ampio respiro con ambito di interesse geografico limitato alla provincia di Agrigento. In un settore in fortissima evoluzione, una redazione ricca di collaboratori di grande esperienza ed obiettivi di informazione territoriale rapida e profonda, guideranno un percorso di crescita appena iniziato ma forte di grandi motivazioni, entusiasmo, responsabilità e vocazione all'innovazione ed alla trasparenza.

One thought on “Libia, immigrazione ed il ruolo di Agrigento nel Mediterraneo: intervista a Michela Mercuri”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.