Carcere, diritti umani e riabilitazione galileiana

Scritto giovedì 22 giugno 2017 17:55 da Commenta!

Riceviamo e pubblichiamo integralmente una nota di Giovanni Vinti, nostro giovane concittadino che ha voluto condividere la propria visione su una tematica molto scottante, specie in questi giorni, tanto in Sicilia quanto nel resto d’Italia: si tratta della concezione della pena detentiva e di come ad oggi essa venga vista soprattutto in chiave meramente ‘vendicativa’

carcere_petrusa

Il carcere di contrada Petrusa

Un argomento “spinoso” messo da diversi anni piuttosto in secondo piano in Italia è legato alle carceri, alla loro funzione e alle condizioni di vita dei loro “ospiti” (i carcerati). In queste ultime settimane è leggermente riapparso, per ragioni più o meno controverse. (Premetto che il tema del discorso non sarà Totò Riina, un vecchio ottantenne ormai moribondo con molto schifo alle spalle, piuttosto dovrebbero esserlo i giovani “delinquentelli” di Napoli apparsi in tv nel recente docufilm di Santoro, cioè Robinù, che consiglio a tutti).

Per come la vedo, è un abominio non solo la pena di morte, ma anche il mettere in gabbia a vita qualcuno (l’ergastolo) come soluzione definitiva.

Prima ancora bisognerebbe pretendere (come collettività) condizioni di vita “umane” all’interno delle carceri.

Non a caso Dostoevskij in Memorie dalla casa dei morti scriveva: “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”.

Il problema di base mi pare essere la funzione che si dà in Italia al carcere: più punitiva che riabilitativa.

Lo stesso Gherardo Colombo (pm di inchieste come la Loggia P2 e Mani Pulite) ha affermato in un’intervista su L’Espresso (maggio 2015): “se oggi il carcere svolge una funzione, è la vendetta. […] E’ invece necessario pensare fin da subito alla riabilitazione”.

Ma in Italia, a occuparsi realmente di reinserimento sociale dei detenuti sono al più alcune associazioni (Antigone, ad esempio). E al contempo sembrano non esservi sufficienti dati ufficiali in merito alla recidiva (cioè il ritorno a commettere reati). La Norvegia è un caso diametralmente opposto, sia in quanto a condizioni di vita dei detenuti e diritti umani all’interno delle carceri, sia in quanto a dati disponibili e incoraggianti sulla riabilitazione (è il Paese europeo col più basso tasso di recidiva).
Ritengo che dovremmo in realtà indagare sulle ragioni sociali che stanno alla base di molti crimini. Anche partendo da considerazioni alquanto banali (ma spesso dimenticate), e cioè che la gente con maggiori difficoltà economiche è quella con meno possibilità di avere avvocati di un certo livello, alla Ghedini (quindi con maggiori possibilità di ottenere una forte riduzione della pena), oltre che ricordarci che c’è una profonda differenza tra un ragazzo con un’infanzia difficile o una madre di famiglia di un quartiere disagiato e un imprenditore che corrompe e specula, eppure la gente in giacca e cravatta ci appare più “brava”. (Di Pietro, prima del suo declino politico, ricordava giustamente che a finire in carcere sono i poveri disgraziati e quasi mai i ricchi delinquenti).

Trovo la questione analoga a quella delle guerre che dilaniano il nostro pianeta, in cui più che invadere con i nostri eserciti per “esportare la democrazia” dovremmo intanto smettere di fornire armi ai terroristi (più o meno indirettamente) tramite i nostri partner commerciali (si pensi ad esempio all’Arabia Saudita e all’Isis). Cioè agire con la forza ignorando, praticamente di proposito, le condizioni al contorno non risolve affatto i problemi, anzi.

Un recente studio del Dipartimento di economia dell’Università norvegese di Bergen, dal titolo “Incarceration, Recidivism and Employment” (2016) ha inoltre mostrato come attività riabilitative e specializzanti all’interno delle carceri riducano la recidiva (in modo più marcato negli individui che non lavoravano, regolarmente, prima di finire in carcere).

Ho voluto citare la Norvegia non solo per via delle statistiche, le quali mostrano come la riabilitazione possa essere più efficace della punizione per ridurre il ritorno al commettere reati, ma anche perché è un Paese in cui non esiste l’ergastolo, il massimo della pena è pari infatti a 21 anni, ulteriormente prorogabili qualora, a pena scontata, il detenuto fosse ancora ritenuto socialmente pericoloso.
L’ergastolo di base non è previsto, vista la sua plateale contraddizione con la funzione rieducativa della pena. Chiunque può teoricamente essere riabilitato.

Il caso più eclatante (e coerente) in proposito risale a pochi anni fa. Il 22 luglio 2011 Anders Breivik in Norvegia fece prima esplodere una bomba, poi sparò ai giovani di un campo estivo del partito laburista, causando la morte di 77 persone e ferendone oltre 200. Riconosciuto unico responsabile delle stragi e sostanzialmente sano di mente fu condannato a 21 anni di carcere prorogabili di altri cinque per un numero indefinito di volte qualora, a pena scontata, fosse ancora ritenuto socialmente pericoloso.

Pure in merito al 41-bis, il regime di carcere duro (rivolto ai mafiosi più pericolosi ma non solo a loro) vi sarebbe qualcosa da dire. Al Partito Radicale va riconosciuto il tentativo di affrontare una questione tanto delicata. E’ un fatto che l’opinione pubblica sia mediamente “forcaiola” in proposito. E allo stesso tempo, i gruppi politici di rilievo “non osano” entrare più nel merito di una faccenda tanto impegnativa quanto spinosa. Ma è oggettivo, benché passato in secondo piano, che il Comitato diritti umani delle Nazioni Unite, giusto nel marzo 2017, abbia manifestato preoccupazione in merito al regime previsto dal 41-bis. In questi ultimi 5 anni, critiche sono state espresse anche dal Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, sempre relativamente al 41-bis.

Va aggiunto che l’Europa ci ricorda spesso come in Italia non esista ancora il reato di tortura. Nel marzo di quest’anno il Consiglio Europeo ha affermato: “L’Italia deve introdurre, senza più attendere, i reati di tortura e trattamenti degradanti, assicurando che siano sanzionati adeguatamente e che gli autori non possano più restare impuniti”. Gli esempi più eclatanti, rimasti parzialmente impuniti (con i responsabili in alcuni casi “premiati”, divenendo questori o prefetti..) sono quelli relativi al G8 di Genova, ma non solo, purtroppo.

Sento il bisogno di aggiungere qualche parola sulla mafia, anche se probabilmente non sono la persona più adatta ad affrontare un discorso così elevato, citando gente di un certo livello, ma i famosi “professionisti dell’antimafia” dei quali parlava Leonardo Sciascia già nel 1987 non mancano, e un po’ negli anni ho avuto modo di approfondire direttamente certi argomenti con alcune associazioni (giusto per dire che la maggior parte di coloro i quali assumono lo status di “professionisti” in questo campo valgono quanto il 2 di picche e uno potrebbe presentarsi come Tizio o Caio ma poi valere zero nei fatti. Mentre gente “non professionista” che conosco, la reputo molto più concreta e con idee più chiare in proposito).

Sono dell’idea che la repressione in sé non porterà a molto (per me un film esemplare in proposito resta Mery per sempre, e la strada seguita dal prof interpretato da Michele Placido).

La mafia, una volta riconosciuta come problema, va affrontata con l’antimafia “sociale”. Del resto, anche Peppino Impastato, da un lato prendeva in giro Tano Badalamenti attraverso Radio Aut, dall’altro partecipava alle manifestazioni contro gli espropri delle terre contadine. C’è chi dice, forse alzando provocatoriamente troppo il tiro (ma anche no) che “non saranno i magistrati a cacciare la mafia dalla Sicilia” (il mio amico Ciccio lo ripete spesso) ma spetta al popolo e ad adeguate politiche sociali e culturali darle il colpo di grazia, sennò il problema non si risolverà del tutto. Penso a quartieri “difficili” di Agrigento, come di Palermo o Napoli, dove le famiglie povere devono “sopravvivere” e se non si affronta il problema della povertà appunto, del riscatto sociale, delle opportunità negate, staremo solo a prenderci in giro. (O vogliamo arrestare tutto un quartiere con “poveri e delinquenti”?). Non va di certo dimenticata la mafia dei colletti bianchi inoltre, di cui parlava Falcone.

Umberto Santino, da decenni uno dei massimi esperti e attivisti antimafia, parla di “borghesia mafiosa” scrivendo: “i capi più noti di Cosa Nostra (da Riina a Provenzano) sono dei quasi analfabeti eppure gestiscono, tramite prestanome, imprese che operano in vari settori. Come potrebbero svolgere queste attività senza l’apporto di tecnici, commercialisti, e senza gli agganci con uffici pubblici, centri decisionali?”.

In ogni caso, come esordivo, il tema della mafia e delle “punizioni” è estremamente complicato. Ma va da sé che i diritti umani non possano essere messi in secondo piano, né va esclusa a priori una possibile riabilitazione.

Il tema delle carceri venne affrontato con coraggio tra gli anni ’60 e ’70 in Italia, ma già durante gli anni ’70 si assistette (a causa di un momento storico particolare) ad una pesante repressione e il popolo fu “costretto ad accettare” politiche sempre più dure. Reazione che mi ricorda parecchio la politica di Erdogan in Turchia di questi anni. Tra i gruppi extraparlamentari che allora si schierarono apertamente per i diritti dei carcerati non va dimenticato Soccorso Rosso, movimento nato attorno al collettivo teatrale di Dario Fo e Franca Rame (per via del quale, quest’ultima fu più volte toccata da una pesante repressione di Stato e non solo). A onor del vero, in quegli anni, la linea particolarmente repressiva del governo fu sostenuta e guidata anche dal generale Dalla Chiesa, poi ucciso in Sicilia durante il breve periodo come prefetto di Palermo nella sua successiva fase di lotta alla mafia.

Insomma, temi in voga (giustamente) 40 anni fa, vengono oggi affrontati da una nicchia. In tal senso, siamo tornati indietro. Non a caso, molti diritti civili vennero ottenuti in quegli anni (la legge sul divorzio così come quella sull’interruzione della gravidanza). Quindi, non si venga a dire “erano (e sono) discorsi affrontati da estremisti”, perché ciò che oggi appare naturale e acquisito (come il poter divorziare) fino a pochi decenni fa era ritenuto un tabù.
Il “marchio” del carcerato, in quanto nemico del sistema e delle regole, quindi da punire e tanto peggio per lui, è un grosso limite italiano. Anche Danilo Dolci fu arrestato. Mentre Peppino Impastato fu denunciato durante le manifestazioni per e insieme ai contadini.

Anche per via della “fallibilità” di certe chiavi di lettura aprioristiche, dovremmo puntare sulla riabilitazione in quanto garanzia di civiltà.

Gramsci finì in carcere sino praticamente a morirne durante il fascismo. Vedere questo “nonluogo” come un posto di miglioramento individuale in cui, tanto per cominciare, garantire i diritti umani, oserei dire che mi appare un’ovvietà. So quanta rabbia possa avere addosso la vittima di un crimine, forse ancor di più se a subirlo è stata una persona a noi cara, ma un conto è l’individuo e la sua reazione, un conto è la società che deve permettere il raggiungimento di un giusto equilibrio e non la deriva. Altrimenti avanti con la pena di morte e la tortura.

Insomma, quando torneremo a parlare di “riabilitazione” del detenuto all’interno di una società matura e sana? Invece di vendetta. Forse quando smetteremo di aver paura di criticare uno status quo che sembra perfetto senza esserlo e accetteremo l’imperfezione umana come punto di partenza, senza timore di apparire agli occhi degli altri “eccessivi” (come Galileo..).

Giovanni Vinti

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