MAR, 17 OTTOBRE 2017

Perchè a Favara odiano i favaresi?

Favara è diversa rispetto al passato e questo grazie ai sacrifici ed al lavoro di una città che ha riscoperto da anni una sua parte molto sana: perchè quindi denigrare se stessi? (scorri per leggere il resto)
Perchè a Favara odiano i favaresi?

Favara, Piazza Cavour e Castello Chiaramonte

Un unico bar al centro di una grande piazza, un piccolo via vai di gente per lo più anziana, un’atmosfera che donava un senso di desolazione amplificato sia dalla mancanza di un reale brusio che dai raggi del sole ben specchiati dal bianco del castello chiaramontano i quali inoltre, illuminando anche le ringhiere arrugginite ed i cornicioni pericolanti dei palazzi vicini, rendevano bene cosa voleva dire essere il centro di un paese periferia di se stesso.

Questa era Favara non tanti decenni fa, ma ad inizio di questo decennio: mettere piede in paese voleva dire attraversare uno scenario cupo e tetro, con il grigio dei casermoni di via Aldo Moro, con i loro infiniti garage e magazzini dalle saracinesche appena montate, che ben mostravano un senso di tenue squallore e di anarchica rinuncia al gusto del bello. Ma Favara, al suo interno, nascondeva ben altro: dentro quei palazzoni senza intonaco, tra le vie di una modesta cittadina che deve il suo sviluppo all’agricoltura ed allo zolfo e che, forse più per necessità che per volontà, ha dovuto convertire nel dopoguerra di fretta e furia l’economia virando verso quel settore edilizio che ha solo fatto disastri in lungo e largo, si celava una realtà molto più dinamica e vogliosa di cambiamento di quanto si potesse pensare.

E’ quella la Favara che è scesa in piazza dopo l’uccisione del piccolo Stefano Pompeo nel 1999, vittima innocente degli ultimi rantoli della guerra di mafia combattuta tra gli anni 80 e 90, così come dopo un decennio è la stessa che il 23 gennaio 2010 ha assistito inorridita alla morte di due sorelline vittime del crollo della propria abitazione fatiscente; era quindi una Favara che, al suo interno, iniziava ad avere gli anticorpi giusti per espellere quanto di negativo negli ultimi decenni l’ha contrassegnata.

Quella piazza così grande ma così vuota, oggi invece è piena di locali ed attività commerciali ed anzi il sabato sera sono gli stessi agrigentini ad andare lì per passare il fine settimana con gli amici; ma non solo: molti prospetti, in quella via Aldo Moro ‘biglietto da visita’ di Favara, risultano ad oggi essere stati rifatti ed anche se molti palazzoni ancora si ergono come arroganti testimoni di un’epoca nefasta per la comunità, l’atmosfera grigia da periferia è, se non spartita, quanto meno attenuata. In generale, oggi Favara ha un altro aspetto e sta assistendo ad una trasformazione della sua società, un qualcosa che da altre parti in questo periodo alle nostre latitudini è impossibile da vedere: fino ai primi anni 2000, la città era quasi inavvicinabile ed anche la nomina dei suoi abitanti non certo gratificante.

In tutto questo però, nel bel mezzo di un importante cambiamento che ha investito Favara a partire dalla fine degli anni 90, accade un fatto molto strano: la città viene descritta, ancora oggi, come la panacea di ogni male e come un centro in cui è impossibile far qualcosa e, circostanza ancor più triste, questa convinzione è spesso insita tra gli stessi cittadini favaresi. E’ capitato ad esempio di leggere molti post del genere nel caso recente che ha riguardato la FARM, ossia il laboratorio di arte contemporanea che dal giugno 2010 ha preso piede in uno dei ‘sette cortili’ del centro storico: “Nun semu cosa“, “Qui non risorgeremo mai“, “Non siamo in grado di meritarci certe cose“, sono molti dei messaggi letti sui social scritti dagli stessi favaresi; la domanda quindi sorge spontanea: perchè mai a Favara vengono odiati gli stessi favaresi? Un ‘auto – razzismo’ che puzza anche di autogol.

Sì perchè assecondare una retorica del genere, dà linfa ad un filone ‘critico’ che ha preso piede anche a livello nazionale secondo cui il successo della FARM negli anni è un vero miracolo perchè avrebbe attecchito in un contesto ora definito ‘mafioso’, ora anche ‘contadino’ ed ‘arretrato’: come dire, le installazioni artistiche dei sette cortili sono una vera gemma incastonata in un vaso colmo di sterco e letame. Ma, senza voler nulla togliere ai meriti della FARM e del suo ideatore Andrea Bartoli, tutto questo non rende giustizia ad una comunità che nel bene o nel male non ha mai fatto mancare la fatica delle proprie mani per cercare di risalire la china: a Favara, già prima del 2010, erano presenti decine di associazioni culturali, così come almeno tre radio indice di un dinamismo editoriale e culturale non indifferente e certamente superiore rispetto alla provincia; i favaresi già all’inizio degli anni 2000 avevano iniziato, complice la crisi dell’edilizia, a convertire i propri investimenti orientandoli più sui locali e sul commercio anche se il più delle volte si sceglieva di investire fuori paese. Certamente la FARM ha dato una giusta scossa, ma Favara sta riscoprendo se stessa grazie al suo lavoro, ai suoi giovani che hanno recuperato decine di magazzini per farne dei locali invidiati anche da Agrigento, alla capacità della sua classe imprenditoriale di convertire in poco tempo ed in maniera dinamica il proprio indirizzo economico; tutto il resto è solo contorno, retorica, abominio intellettuale, agevolato da un atteggiamento siciliano sempre prodigo a sentirsi parte di un contesto mediocre pur di attirare l’approvazione altrui (od i like su Facebook) o di ergersi ad eroe non appena varcato lo Stretto.

La diatriba di questi giorni interessa il notaio Bartoli ed un ufficio comunale ed è un qualcosa che attiene a documenti e carteggi che verranno esaminati nelle opportune sedi: non c’è alcuna lotta tra bene (rappresentato dalla FARM) e male (rappresentato dal resto del paese), non c’è alcuno scontro epico in cui i favaresi devono per forza sentirsi dalla parte del torto e quasi vergognarsi della propria origine e della propria storia, vi è unicamente una questione che, specie dopo i sigilli apposti a due installazioni, dovrà essere giudicata unicamente da chi ne ha la competenza per farlo. Ma il futuro deve vedere, per Favara, una migliore sintesi di quella che è la considerazione del proprio territorio: la voglia di una positiva rivalsa rispetto al passato parte da lontano, parte dal basso ed attualmente gran parte di quei locali che hanno fatto tornare la vita in città, giusto per fare un esempio, sono stati fatti con i soldi e con il lavoro dei favaresi; se non si comprende questo, chiunque verrà da fuori continuerà a gettare fango lì dove invece, dalla Sicilia più profonda, da anni in tanti lavorano silenti alla riconquista del buon senso.

Mauro Indelicato 

One thought on “Perchè a Favara odiano i favaresi?”

Poverini

7 agosto 2017

Verissimo e se c'è un merito da dare ai favaresi è che sotto il profilo culturale non sono un popolo di rassegnati al lavoro pubblico, ma si danno in genere molto da fare. Aggiungo che pare che sia migliorato il senso civico (anche se c'è ancora molto da fare)

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