SAB, 15 DICEMBRE 2018

Agrigento, sul Polo Universitario un “silenzio colpevole”

Sono passati almeno tre anni dalle manifestazioni di piazza degli studenti che protestavano contro la paventata chiusura del Polo Universitario di Agrigento. Ed oggi eccoci qui, a ricomporre pezzi di una triste storia che mai avremmo voluto sentire. (scorri per leggere il resto)
Agrigento, sul Polo Universitario un “silenzio colpevole”

E’ notizia di pochi giorni fa quella della volontà dell’Università degli Studi di Palermo di trasferire dal prossimo settembre anche il Corso di Laurea in Archeologia nel capoluogo siciliano. Le motivazioni sono sempre le stesse: mancano i soldi. Ma ad aggravare il tutto anche il famoso “contenzioso” economico tra l’ateneo palermitano ed il consorzio universitario di Agrigento, oltre che l’incertezza sullo stanziamento dei fondi regionali a favore dei poli decentrati. Tutte motivazioni che ormai conosciamo e che, almeno oggi, ci risparmiamo di approfondire considerate le ampie trattazioni del problema da parte del nostro giornale come da parte della stampa locale.

Eppure una breve riflessione è sicuramente giusto farla, se consideriamo che proprio qualche settimana fa la nostra Agrigento si trovava proprio in lizza tra le dieci città che si contendevano il titolo di Capitale della Cultura 2020. Cosa sarebbe accaduto se avessimo vinto? Certo, ci speravamo davvero tutti: i problemi di vivibilità condivisi con moltissime altre città d’Italia non possono precluderci di gioire per quelli che invece possono essere successi enormi per la nostra città. Ma, oltre alle consuete dichiarazioni di soddisfazione per il risultato ottenuto, qualcuno si sarebbe preoccupato di sottolineare come, al di là della cultura “ereditata”, una città che aspira a quel titolo debba anzitutto tenersi stretta quella “vivente”? E l’università è la principale cultura vivente di un territorio.

Ma si sa, i successi sono di tutti, le responsabilità di nessuno. Da un lato, abbiamo letto le dichiarazioni di chi, come il rettore Fabrizio Micari, giustifica la chiusura degli ultimi corsi di laurea attivi presso il polo agrigentino chiedendo agli assessorati all’Economia e alla Formazione di dare “risposte certe sul futuro e sulle risorse da investire sul polo decentrato di Agrigento”; dall’altro, quelle di Roberto Lagalla che invece respinge puntualmente al mittente le accuse dato che le scelte “in materia di pianificazione didattica ricadono tutte nella piena discrezionalità dello stesso rettore e degli organi di governo universitari”. Silenzio assordante invece, quello della politica agrigentina, forse ancora impegnata a fare i conti coi risultati dell’ultima tornata elettorale.

Sono passati almeno tre anni dalle manifestazioni di piazza degli studenti che protestavano contro la paventata chiusura del Polo Universitario di Agrigento. Ne sono passati molti di più invece (fino a perderne ormai memoria) da quando timide “voci da corridoio” cominciavano a farsi strada tra la mura dell’università agrigentina annunciando prospettive cupe ed incerte per il futuro suo e di tutti gli studenti iscritti presso le principali facoltà ancora attive. Ed oggi eccoci qui, a ricomporre pezzi di una triste storia che mai avremmo voluto sentire, assistendo nuovamente a balletti e teatrini di responsabilità inneggiate da tutti ma assunte da nessuno. L’Università di Agrigento è una “palla avvelenata” ormai passata allo stadio ultimo del gioco: quello dello “scarica barile”. E forse, in fin dei conti, sarebbe anche sbagliato prescindere dai rapporti causa-effetto di un “fallimento colpevole” diffuso tra chi, soprattuto in precedenza, avrebbe potuto fare e non ha fatto, attribuendo oggi l’intera responsabilità a chi, per ultimo, rimarrà con la palla in mano.

Forse una cosa però, da questa esperienza, possiamo averla imparata. E cioè che il silenzio, soprattutto in politica, è dolo. E che per dimostrare agli elettori i “propri” risultati non è più sufficiente mostrare ciò che si è fatto, ma ciò che non si è potuto (o non si è voluto) fare.

 

 

 

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