MAR, 16 OTTOBRE 2018

Venerdì Santo ad Agrigento, Montenegro: “La crisi sociale continua a segnarci”

La processione mattutina ha dato il via alle celebrazioni di una delle solennità più sentite dai fedeli agrigentini. In serata, il discorso dell'Arcivescovo Montenegro. (scorri per leggere il resto)
Venerdì Santo ad Agrigento, Montenegro: “La crisi sociale continua a segnarci”

Con l’incontro tra la vara del Cristo e quella che raffigura la Madonna presso la Chiesa dell’Addolorata, è entrata nel vivo la processione che durante l’intera giornata di oggi caratterizzerà il Venerdì Santo ad Agrigento.

Si tratta della solennità massima della Chiesa, dove si ricorda il sacrificio del Cristo sulla Croce e che anche nella nostra città appare tra le più sentite dai fedeli; in tanti si sono riversati per la processione mattutina nelle strade del centro storico ed in via Atenea, nel pomeriggio invece si sono tenute le celebrazioni presso la Chiesa di Sant’Alfonso e, subito dopo la deposizione, ha avuto luogo la processione notturna conclusasi alle 23:00 presso la Chiesa di San Domenico.

Dal sagrato della basilica di piazza Pirandello, l’arcivescovo Montenegro ha quindi il consueto discorso rivolto alla città ed ai fedeli; le solennità pasquali procederanno poi con le messe e le veglie tra sabato e domenica.

Di seguito, il discorso integrale del Cardinale Montenegro:

“Gesù, ricordati di me…” (Lc 23,42), sì, mio Signore, è questa la richiesta di un tuo compagno di condanna, appeso al legno, proprio come te. Anche l’altro – che Luca definisce malfattore come il primo – ti è accanto, morente, ma questi non si vergogna di unirsi alla derisione e all’insulto dei capi e della soldataglia: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”.

Il “buon ladrone”, che invece crede nella tua innocenza – ladro fino alla fine – ti ruba la misericordia e il Regno e tu gli dici: “Oggi sarai con me nel paradiso”.

Penso Gesù, che la sua non sia stata la richiesta di un semplice ricordo, quanto un’implorazione a potersi sentire uno dei tuoi. Rinnega così per te una vita di rapine e di violenza e chiede timidamente, con un ultimo filo di voce, di esserti vicino. Questo ci incoraggia, perché anche quando sembra di essere alla scadenza dei tempi supplementari di una partita è possibile ancora vincere. Come è stato per lui.

In questa notte particolare, mi chiedo: E noi agrigentini, Gesù, ci siamo decisi a giocare seriamente la nostra partita? Il nostro territorio e la nostra Città, si sono decise a scalare la classifica del bene comune?! So bene che non sempre la palla può finire in rete, potrebbe anche colpire i pali o il loro incrocio, tuttavia questo non può essere un motivo per non provarci. Il non scendere in campo sarebbe disastroso: infatti l’immobilismo facile, comodo e colpevole paralizza, fa registrare continue decadenze, porta sempre più in basso. Dobbiamo convincerci che, tra il male comune, che a torto si dice sia mezzo gaudio, e il bene comune, non ci sono vie di mezzo. Dire: non mi interessa, non è affare mio, è una colpa. L’hai detto tu: «Chi non è con me è contro di me» (Mt 12,30; Lc 11,23).

Stasera, contemplandoti con la mia gente, ho l’impressione di cogliere nel tuo corpo crocifisso, i riflessi di violenza che solcano la superficie e l’intimità di questa terra. Venticinque anni fa, San Giovanni Paolo II, visitando la nostra città e diocesi, oltre a parlare degli eventi accaduti in antecedenza, ma che ancora dopo circa cinquant’anni non si sono conclusi perché tante ferite restano aperte, la frana del 1966 e il terremoto del Belìce del 1968, si è riferito all’attualità di allora e ci ha parlato di crisi sociale e della “piaga della disoccupazione”; dell’esasperazione dell’individualismo; della pratica sistematica della diffidenza, che volta le spalle alla cultura d’iniziativa e d’impresa; del clientelismo, che corrompe e inquina la democrazia; e condannava, con assoluta fermezza, la “cultura della mafia, che è una cultura di morte, profondamente disumana, antievangelica, nemica della dignità delle persone e della convivenza civile”. E ha implorato concordia per questa nostra terra: “una concordia senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce, senza vittime” (Giovanni Paolo II, Discorsi, omelie, messaggi, Agrigento 8-9 maggio 1993).

Sono parole che restano attuali come se, da allora, fosse cambiato poco.

Certo, le nostre strade non sono più bagnate di sangue come nei tempi passati, ma si continua a togliere vita. La crisi sociale continua a segnarci: ai problemi ricordati se ne sono accumulati altri, penosamente irrisolti, sfiorati solo nelle buone intenzioni di convegni, tavoli di lavoro, interviste ma, rimasti insoluti. I centri storici di questo territorio continuano a cadere a pezzi, anziché essere fonte di aggregazione sociale, generatori di cultura e occasione per la creazione di nuovi posti di lavoro, come avviene in centri lontani e vicini a noi. L’acqua e il suo ciclo (distribuzione, depurazione) più che un diritto di tutti rischia di diventare un lusso di pochi. Il nostro territorio è ferito da scempi e da abusivismo, il conto salato che ci tocca pagare sono gli smottamenti, le frane, gli scivolamenti a valle di costoni, il rischio crollo di case, ponti, strade e anche di antiche e splendide opere come la nostra Cattedrale. Che dire poi di quella emergenza trascurata per molti anni da tutti: politici, tecnici, burocrati, cittadini, e che ora è insistentemente alla ribalta: i rifiuti urbani. Per troppo tempo abbiamo fatto affidamento sulle discariche creando bombe ecologiche a orologeria. È vero che la responsabilità può essere addossata ai disservizi. Ma a un segno di civiltà come la raccolta differenziata si contrappongono i vergognosi cumuli abusivi di rifiuti indifferenziati in diverse parti del territorio e della città. Quella fila di sacchetti di immondizia che costeggiano le nostre strade non la creano di sicuro nemici immaginari, ma l’irresponsabilità di chi non ama la sua città e questa terra, i suoi concittadini e conterranei. Ci si sente liberi di gettare la qualunque per strada, senza pensare agli altri che la abitano e che hanno il diritto di vivere nell’ordine e con dignità. Però tutti pretendiamo una città pulita. Probabilmente anche chi getta il sacchetto per strada.

Gesù: distruggiamo con la nostra incuria e indifferenza il territorio, che dovrebbe essere fonte della nostra ricchezza, e poi piangiamo perché i figli di questa terra sono costretti a emigrare. Mi pare di risentire un tuo monito: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli” (Lc 23, 28).

A proposito di figli, tu sai bene che i giovani sono il vero pianto di questa terra. Loro fuggono, perché costretti dallo scippo che subiscono di futuro e di speranza. Cade, per esempio, come tegola sulla loro testa, e diventa un ulteriore motivo ad andarsene, la continua instabilità del Polo Universitario. Chiuderà? Resterà? Sì? No? È un’agonia infinita, ma la sua morte sembra avvicinarsi sempre più. A pagare il prezzo di tanta e grave situazione generale sono soprattutto i giovani. Perché dovrebbero rimanere? Su quali prospettive future possono contare? Quali incentivi hanno per costituire giovani famiglie?

Gesù ti imploro: ricordati di noi. Ricordati di questa terra tanto bella quanto triste. Non è giusto che rimanga inchiodata nelle code delle classifiche per vivibilità e salubrità. Tu l’hai pensata bella, ricca e ingegnosa.

Il disagio dilaga, e non si può girare la faccia dall’altro lato. Anche da noi c’é il bullismo e il cyberbullismo, spesso velato, che non lascia indenni i nostri ragazzi. Te ne accenno stasera, perché alcune volte sembra di avere gli occhi chiusi, o meglio fingiamo di non vedere e angelicamente noi adulti affermiamo che, dalle nostre parti, nei nostri paesi, certe cose non succedono. Ma come si fa a non vedere – penso soprattutto ai genitori – i nostri adolescenti, poco più che bambini, “posteggiati” in luoghi delle città con la bottiglia o lo spinello in mano sino a notte inoltrata? Gesù, ancora una volta, ricordati di noi.

Signore, non dirmi però che vedo solo nero e sono pessimista. Qualche volte gli altri me lo dicono. Se ti parlo così è perché, in tali situazioni che ci vedono negativamente responsabili, non ci passa per la testa che tu, in questa maniera, continui a essere inchiodato sul legno. Ma mi metto dalla parte del buon ladrone che ha visto giusto e ti dico che il mio cuore si dilata di gioia al ricordo di Maria Chiara Mangiacavallo, giovane donna coraggiosa di Sciacca (morta nel 2015 a 30 anni) che, nell’ora della brutta malattia e del dolore, ha stupito tutti scegliendo (sono sue parole) che la tua passione si sovrapponesse alla sua, vivendo fino all’ultimo istante la beatitudine della semplicità e della piccolezza. Prima tu non appartenevi al suo mondo, ma una volta che vi siete incontrati ha cambiato vita. Alla sua amicizia affido i giovani e alla sua preghiera il prossimo Sinodo.

Sai, credo davvero che, in questa terra possa vincere la giustizia e si possa vivere la legalità come ci insegna Rosario Livatino. Giovanni Paolo II lo preconizzò «martire della giustizia e indirettamente della fede». Allora, significa che si può vivere per il bene comune.

Voglio ringraziarti anche per la tanta gente operosa, generosa, coraggiosa, onesta, impegnata, giovane e meno giovane, che incontro nel mio ministero. A volte resto sorpreso per la loro fedeltà quotidiana a te e alla vita, e in loro leggo la tua fedeltà e la tua vita. Sono davvero tanti, e sono di questa terra. Grazie e… ricordati di noi.

Guardiamo perciò il crocifisso. Della sofferenza degli uomini, del dolore della creazione ferita, del nostro territorio violentato tutti sentiamoci responsabili. Ricordate?! Cinque anni fa Papa Francesco a Lampedusa disse: «La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. La sofferenza dell’altro, ci riguarda, ci interessa, è affare nostro!». Gettiamo perciò lungo le pieghe e le piaghe della storia di questa nostra terra semi di speranza. Cristo è risorto. Lui non vuole che la morte trionfi. Con Lui, neppure noi!

Maria, tu che ai piedi della croce stavi ritta: tribolata, ma non schiacciata; sconvolta, ma non disperata; colpita, ma non uccisa; insegnaci a portare nella vita i patimenti e la morte di Gesù, Tuo figlio, perché, come i nostri mandorli, la sua vita fiorisca in noi, riempendo i nostri cuori dei colori della risurrezione. Amen.”

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