LUN, 24 SETTEMBRE 2018

L’informazione ai tempi delle Fake News: intervista al Prof. Francesco Pira

L'intervista al prof. Francesco Pira, autore insieme ad Andrea Altinier del volume "GIORNALISMI. La difficile convivenza con fake news e misinformation". (scorri per leggere il resto)
L’informazione ai tempi delle Fake News: intervista al Prof. Francesco Pira

Le bufale a cui troppo spesso abbocchiamo non condizionano soltanto il nostro vivere quotidiano ma influenzano fin dal profondo anche il mondo politico, i consumi della società ed il modo di quest’ultima di interpretare gli eventi ed i fenomeni di rilevanza mondiale. In tale scenario in così rapida evoluzione, il proliferare “indisturbato” delle Fake News non soltanto è facilitato dai nuovi mezzi di comunicazione quali i social network che ne fanno da megafono, ma è anche spesso alimentato da coloro che dall’indignazione e dall’isteria collettiva trovano giovamento. Una deriva preoccupante dalla quale è opportuno difendersi: ma con quali strumenti? e soprattutto in che modo?

Le risposte a tali interrogativi rappresentano soltanto un piccolo scorcio di una più ampia visione della realtà fotografata attentamente dagli autori del volume “GIORNALISMI. La difficile convivenza con fake news e misinformation” (libreriauniversitaria.it edizioni, pagg 152, euro 12,90), scritto a quattro mani da Francesco Pira ed Andrea Altinier. Un’opera, come sottolinea il professor Mariano Diotto nella prefazione, che “vuole fornire strumenti efficaci per disinnescare le fake news e la misinformation attraverso teorie riportate in modo chiaro e con l’utilizzo di numerose case history che rappresentano un benchmark efficace”. Ne abbiamo parlato meglio con il sociologo Francesco Pira, docente di comunicazione e giornalismo all’Università di Messina dove è Coordinatore Didattico del Master in “Manager della Comunicazione Pubblica”.

La copertina del libro “Giornalismi” di Pira ed Altinier.

Partiamo da una frase emblematica di McLuhan, riportata nella prefazione al volume che lei firma con Andrea Altinier: «Le società sono sempre state modellate più dal tipo dei media con cui gli uomini comunicano che dal contenuto della comunicazione». Com’è cambiato oggi il modo di comunicare dei media?

Oggi è cambiato il rapporto spazio tempo. Comunichiamo tutto con tutti in qualunque ora. Dalla comunicazione di massa siamo passati all’autocomunicazione di massa, come la definisce il sociologo Castells. Tutti possiamo comunicare, cosa e come, è tutto da vedere. Basta avere una tastiera sotto le dita e ci si può sentire padroni del mondo, offendere, creare e immettere sul mercato dell’informazione notizie false. Ma le nuove tecnologie se usate in maniera consapevole possono cambiare il mondo in meglio. Nonostante tutto quello che vedo, esamino, studio e analizzo nelle mie ricerche rimango un inguaribile ottimista. La comunicazione può essere un’arma stupenda per migliorare la nostra società.

Qual è il ruolo svolto dalla diffusione dei social network in questo scenario?

Molto difficile rispondere a questa domanda in poche battute. Occorre molto più spazio e tempo. Appunto. Ma i lettori dei giornali on line amano articoli leggeri e corti da leggere sullo smartphone o sul tablet. I social network hanno cambiato la nostra vita. L’hanno invasa. Noi li abitiamo ma non ci fidiamo. Questo è il punto. Significa che non li usiamo nel modo adeguato. Sui nostri post mettiamo la nostra vita, le emozioni, la nostra quotidianità. Ma soprattutto i nostri limiti e la nostra rabbia. E questo provoca un bel corto circuito.

La vostra ricerca fotografa molto attentamente una realtà in rapidissima evoluzione ed, in particolare, i fenomeni sociali che hanno “costretto” gli operatori dell’informazione a stare al passo coi tempi. Ma se le notizie false sono sempre esistite, possiamo considerare le fake news un fenomeno del nostro tempo?

Noi scriviamo sul libro che la prima Fake News è il Cavallo di Troia. Ma allora non c’era la capacità di diffusione che esiste oggi. Per questo oggi questa perversione della comunicazione è diventata una moda, un alibi e persino per qualcuno una comodità. Per altri anche uno strumento per far soldi.

Il fenomeno della misinformation il più delle volte diventa una sorta di “strumento politico” utile a chi sfrutta la diffusione di notizie false e l’ondata di indignazione collettiva da esse generata, per fini di propaganda. Come possiamo difenderci da tutto questo?

Possiamo difenderci leggendo informazione di qualità. Non fidandoci di chi ha interesse ad indottrinarci, con una pratica utile nei regimi dittatoriali. Dobbiamo capire quello che leggiamo ed elaborarlo. Non abboccare e credere comunque per partito preso. Se lo facciamo chi ci vuole omologati e servili ha già vinto. Vince sul web l’emotivismo e non l’emozione. Si parla alla pancia della gente, non al cuore o all’anima. Questo è grave.

C’è un altro fenomeno, alquanto dannoso: quello della “spettacolarizzazione” del dolore altrui. Il gossip è sempre più presente anche nel delicato campo della cronaca nera: svariati programmi tv conducono spesso “indagini parallele” a quelle giudiziarie che rischiano di fornire una visione distorta della realtà e della giustizia. Lei cosa ne pensa?

Penso che questo non sia responsabilità dei giornalisti ma del sistema. Tutti riescono a trarre vantaggio persino i lettori o i telespettatori che amano guardare dal buco della serratura, spiare. Spettacolarizzare il dolore, far diventare un gossip notizia, è ormai una pratica consolidata. Ma la buona informazione è altra cosa.

Se la misinformation e le fake news rischiano, da un lato, di “influenzare la costruzione dell’immaginario collettivo”, dall’altro minano la credibilità dei media. Quale appello si sente di rivolgere al mondo del giornalismo?

Credo che come è già accaduto negli Stati Uniti il mondo dell’informazione va verso un’informazione di qualità a pagamento e una gratis senza controllo. Questo è il futuro in un mondo dove il cartaceo ha gli anni contati. C’è chi dice che già nel 2025 sparirà. Non soltanto i giornalisti devono trovare nuove strade ma anche gli editori devono vivere il cambiamento, pur pensando alla loro impresa e al profitto. E’ in atto una grande trasformazione. Una sfida incredibile e avvincente. Bisogna farsi trovare preparati altrimenti si rimane al palo.

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