MER, 30 SETTEMBRE 2020

Cosa aspettiamo a far chiudere i locali?

Non è ammissibile vedere ancora assembramenti di gente in città: la sanità siciliana potrebbe non reggere il colpo del coronavirus (scorri per leggere il resto)
Cosa aspettiamo a far chiudere i locali?

In estate alcune delle notizie che fanno maggiori click sono, da sempre, quelle riguardanti la chiusura temporanea o definitiva di alcuni locali. Un po’ per i volumi troppo alti della musica emessa, un po’ per il mancato rispetto di alcune direttive comunali, un po’ per comportamenti non consoni della clientela, durante la bella stagione per un motivo o per un altro l’attività delle forze dell’ordine porta ad un ampio controllo dei locali della cosiddetta “movida”.

Se già in “tempo di pace”, come si usa dire dalle nostre parti, bar e pub vengono sottoposti a (doverosi) importanti controlli, vien da chiedersi per quale motivo nelle settimane di guerra contro il coronavirus si consentono assembramenti di ragazze e ragazzi che evidentemente non hanno capito la gravità dell’attuale situazione.

Domenica le foto diffuse sui social riguardanti San Leone sono state emblematiche: il piazzale alla punta del Lungomare era pieno di gente che, in modo palese, non stava rispettando alcuna misura imposta dall’ultimo decreto del governo. Ma non è l’unica situazione che si è venuta a creare: anche in via Atenea sono stati segnalati assembramenti soprattutto di giovani, mentre sui social c’è chi ha denunciato di aver visto persone provenienti dalle zone rosse tranquillamente sedute ai tavoli di alcuni locali del centro.

Tutto questo non si può conciliare con l’attuale periodo contraddistinto dall’emergenza sanitaria. Se oggi le regioni del nord stanno vivendo momenti di difficoltà, è perché sono state prese di sorpresa dall’impennarsi repentino dei contagi. Questo ha comportato un’iniziale “distrazione” collettiva e forse anche una sottovalutazione del virus nei primi giorni di epidemia. In Sicilia le strutture sanitarie sono molto più deboli di quelle lombarde, ma si ha un vantaggio: conoscere già l’entità del problema e le dinamiche di quanto accaduto al nord, elementi che potrebbero evitare l’effetto sorpresa e dunque aiutare a contenere il virus.

Si sa infatti che il coronavirus non è altamente letale, ma è molto contagioso e provoca in diversi soggetti, in almeno il 15% dei casi positivi, la necessità di un ricovero ospedaliero. E allora, l’unica arma vera in mano è quella di evitare i contagi e questi si evitano se si sta a casa. Non c’è altra alternativa, non ci sono mezze misure: occorre limitare al massimo gli assembramenti ed i contatti con il prossimo, almeno per le prossime due o tre settimane.

Ecco il perché dell’emergenza ed ecco il perché della necessità di evitare la “movida”. Ieri il sindaco Firetto ha minacciato anche la sospensione della licenza per quei gestori che non si attengono alle disposizioni, adesso è forse il caso di passare ai fatti. Occorre riconoscere che diversi ristoratori, in città come in provincia, hanno già abbassato le saracinesche: ma evidentemente le autorità non possono fare affidamento al senso civico di tutti, è palese come oramai, specie per il comportamento di diversi cittadini, occorre intervenire d’imperio e far chiudere tutti i locali almeno negli orari serali.

A Milano le saracinesche vengono abbassate alle 18:00, è infatti da quell’orario in poi che, essendo generalmente tutti più liberi da lavoro od università, ci si reca nei locali creando assembramenti. Palestre, cinema, discoteche hanno già forti limitazioni anche da noi, i teatri ed i musei sono stati chiusi, occorre adesso imporre limitazioni e chiusure ai locali, unica fonte rimasta da cui potrebbero sorgere assembramenti.

Purtroppo, ed è bene ribadirlo, a fianco della responsabilità di molti si contrappone la superficialità di tanti: essendo in ballo molto l’elemento più prezioso per tutti, ossia la salute, scene come quelle viste nel fine settimana non devono più ripetersi. Lo si deve soprattutto a quei concittadini maggiormente esposti da un’eventuale diffusione dell’epidemia in Sicilia e ad Agrigento.

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