| La crisi porta al cambiamento? |
| Lunedì 25 Agosto 2008 13:05 |
Giorni fa il Corriere della Sera pubblicava un articolo di Francesco Alberoni dal titolo "Amore, politica, economia. Solo la crisi porta al cambiamento". L'autore, con evidente riferimento al difficile conflitto noto all'opinione pubblica tra Georgia e Russia, con grande oculatezza ha posto all'attenzione del lettore che, in qualunque ambito, solo la crisi può portare al cambiamento: solo il raggiungimento della degenerazione porta le persone e le cose a rinnovarsi, dirigendosi verso nuovi orizzonti. E come la storia e la quotidianità dimostrano, così è in relazione ad una situazione economica e finanziaria, dove un aumento eccessivo del divario tra ricchi e poveri, accompagnato da una crescita smisurata dell'inflazione e del debito pubblico di uno Stato, porta alla necessità di una revisione e ridefinizione dell'intero sistema economico-finanziario; anche in una coppia o in una famiglia, solo la perdita totale di dialogo e la mancanza di intimità, che diventano sinonimi di degenerazione, fanno crescere la voglia di cambiamento. Quello del Corriere della Sera era quindi un articolo di grande interesse, dove si rinvenivano numerose osservazioni per trarne validi spunti di riflessione, sull'individuazione dei livelli di degenerazione, affinché ognuno di noi possa rendersi conto quando è arrivato il momento di cambiamento. E come lo spettatore di un romantico film d'amore traspone il carico emotivo delle scene su sé stesso e sulla propria vita privata, così il lettore di quell'articolo contestualizza ciò che sta leggendo intorno a sé, al proprio ambiente. Inizialmente si tende a contestualizzarlo alla propria nazione, ad un'Italia con poca voglia di crescere, che regredisce sempre più verso il fascismo, con sempre meno italiani attenti alla crisi politica, economica e sociale che ci circonda. Poi, quasi come se fosse un pensiero scalare, si pone l'attenzione alla propria città, e successivamente, forse, alla propria vita privata. Agrigento è una città piena di cultura, di storia, di bei paesaggi che potrebbe e dovrebbe essere il fiore all'occhiello non solo della Sicilia, ma di tutto il sud Italia. Ma del resto queste sono belle parole scritte e sentite migliaia di volte che, ad oggi, dopo tanti anni rischiano di diventare retorica, a tal punto da sfiorare la noia. Il problema è che, piuttosto che dire, come fanno i politici, cosa dovrebbe essere, forse sarebbe meglio analizzare cos'è la città di Agrigento. Città, può definirsi un comune dove manca l'acqua o dove il mare è inquinato perché non si sono saputi posizionare gli scarichi ad una distanza secondo legge? Una città che non cresce, nonostante le infinte risorse di cui si parla tanto, può definirsi tale? Dove i giovani sono costretti ad emigrare per la mancanza di lavoro e quei pochi che rimangono incontrano migliaia di difficoltà oggettive nel momento in cui decidono di costruire qualcosa. Una città dove la parola meritocrazia è praticamente inesistente, dove in possesso di un diploma la massima aspirazione è lavorare in un supermercato o fare la commessa (sottopagati con straordinari non retribuiti e buste paghe inversamente proporzionali alle ore di lavoro); un sistema che ha tolto ai giovani la capacità di volere o anche solo pensare di meritare di meglio, perché non c'è altro e questo è già troppo, dove vi sono volgari, anzi volgarissimi, attacchi alla giustizia, è una città? A questo punto, senza pretese di dare suggerimenti ad un Sindaco e ad un Presidente della Regione perfettamente coscienti dei propri obblighi e dei propri doveri, ad un legislatore e alle istituzioni che esistono ma di cui ad Agrigento si sente poco l'eco, sorge spontaneo, a proposito dei livelli di degenerazione, domandarsi se quel livello minimo per poter parlare di cambiamento sia stato raggiunto, se gli organi preposti se ne siano resi conto e se qualcosa si sta muovendo. Ma forse è necessario che l'opinione pubblica, intesa come diceva Kant, "come una piazza pubblica formata da cittadini pensanti del bene comune" se ne renda conto e agisca per trasformare, per rinnovare, che sia capace con il proprio agire di influenzare le scelte dei soggetti pubblici. Ciò sarebbe semplicemente un utilizzo degli strumenti che la democrazia ci ha messo a disposizione, come manifestazione della "maturità civile e morale di una popolazione". O forse bisognerà attendere livelli peggiori perché gli animi possano risvegliarsi... Valeria Ippolito Read 0 Comments... >> |
| Ultimo aggiornamento Venerdì 05 Settembre 2008 14:13 |








