| I leoni del reggae dei templi |
| Mercoledì 02 Luglio 2008 21:46 |
Hip hop e non solo, all'ombra dei templi nostrani: mini inchiesta del nostro giornale.
Molti di loro vestono “largo”, eredità del movimento Hip-Hop del quale facevano (o continuano a fare) parte; il loro luogo d'incontro è un noto locale del lido agrigentino; amano i ritmi jamaicani, portano avanti ideali quali la fratellanza fra i popoli, la pace e le libertà individuali – compresa quella di fumare marijuana, quasi contrapponendola alle droghe pesanti, poste sullo stesso livello delle “leggere” dal Dpr 309/1990, la cosiddetta “Fini-Giovanardi”: sono “i leoni del reggae dei templi”, una buona fetta della gioventù agrigentina che fa del rap e della musica africana il proprio stile di vita.
La commistione di temi, come anche di generi musicali nati in tempi diversi e caratterizzati da tematiche differenti, ha sicuramente del curioso. Il comune denominatore è sicuramente il ghetto: si vengono infatti a ricreare quasi delle élite che spesso godono della loro condizione di “emarginazione”. Non è il caso della “scena” agrigentina. I nostri ragazzi sono infatti animati dalla volontà di esprimere una cultura – per sub-urbana che sia – alla quale si sentono legati, anche a costo di essere visti con diffidenza dalla massa, conquistata dalla moda imperante in un dato periodo.
C'è però un quesito che è lecito porsi: si tratta di vera e propria cultura o di una moda passeggera? E' molto facile cadere nel luogo comune del “rastaman”. Il rastafariano è infatti innanzitutto un uomo di fede, un seguace del Rastafarianesimo appunto, religione di matrice ebraica. Lo stesso “Jah”, nominato innumerevoli volte nei testi reggae, altri non è che Jahvè, il severo dio del Vecchio Testamento. Dunque si presuppone che chi porta i “rasta”, osservi la religione del profeta Ras Tafari, al secolo Haile Selassie I, imperatore d'Etiopia. In larga misura non è così.
Molti si avvicinano a questo movimento semplicemente attratti dalla musica, magari avendo ascoltato un paio di volte le canzoni dell'icona giamaicana Robert “Bob” Nesta Marley; altri (i più frivoli) vengono irretiti – come falene dalla luce di un lampione – dal vestiario, dallo “slang”, dal successo che può avere con il sesso opposto una folta, leonina chioma di “trizzi di donna”. Altri ancora sono animati dalla passione, dalla voglia di cantare, di trasmettere una sensazione (e perché no, anche un messaggio) a chi vuole ascoltare.
Già, ma chi ascolterà? Il principale problema di chi questa musica la suona e la vive sono gli spazi dove esibirsi. I gruppi che propongono determinati generi sono ormai abituati a ricevere porte in faccia nel corso dell'ardua impresa della ricerca del “palco perduto”. Reggae e rap, come anche i sottogeneri del metal, vanno bene solo in circoli ristretti di appassionati, non in qualsiasi locale. Viene dunque precluso un possibile auditorio a causa della sfiducia da parte dei gestori, che dubitano della congruenza dei profitti provenienti da una serata “musicalmente alternativa” ai gusti dei più.
Ci si aspetterebbe, come succede per altre iniziative giovanili dedicate ad altri generi musicali, che siano le istituzioni a concedere gli spazi a chi vuole esprimersi. Ci aspettiamo dunque, in un futuro non troppo lontano, di poter condividere, non solo la musica, ma anche le idee proposte dalla cittadinanza forse anagraficamente più giovane, ma che sicuramente ha tanto da offrire.
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| Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Luglio 2008 20:46 |









