Terapia culturale.
Giovedì 11 Settembre 2008 03:49
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Ad imbuto: Europa che arranca, Italia stremata cercando di non perder posizione. Sicilia? Agrigento? Mediamente un baratro.

Il cambiamento è in atto (come sempre d'altronde, ma forse ci sono stati tempi in cui si poteva piacevolmente fare a meno di saperlo) e la velocità dello stesso aumenta proporzionalmente alla nostra caduta, il riferimento ovviamente non è meramente ai parametri macroeconomici.

Ci sono problemi strutturali (oltre che infrastrutturali) più profondi, radicati nella nostra Storia. Su tutti forse uno: la chiusura dell'Isola e - molto di più - dell'Agrigentino rispetto al confronto con tutti i lontani-vicini popoli che oggi stanno intessendo tra loro relazioni culturali, politiche, commerciali. Il contatto rimane solo mediatico ed "epidermicamente lontano" ed è incredibilmente vero anche con le stesse migliaia di clandestini che ogni giorno ci sfiorano, pur continuando a non far parte della nostra vita se non per pochi attimi di immagini shock alle quali ci si abitua facilmente.

E in questo contesto, così difficile, così pieno di imminenti minacce e di meravigliose opportunità, la nostra innata abitudine alle piccole beghe, alla ricerca della salvaguardia a tutti i costi di orticelli che uniti potrebbero essere campi fiorenti non fa che alimentarsi e alimentarsi e continuare a scegliere di parlare e non risolvere grandi e piccoli problemi. Né Sagunto né Tito Livio qui hanno fatto scuola, né sembrano essere parte della Storia.

Ma negli anni più recenti, per i "condottieri del nuovo millennio" - periodo storico che sembra finalmente ritenere obsoleti i campi di battaglia e preferire le "conquiste" d'altra (più nobile?) natura - qualcosa da queste parti sembrava, seppur pionieristicamente, stesse culturalmente cambiando. I tempi sembravano maturi, la coscienza collettiva altrettanto e la necessità di una rapida svolta che avesse potuto mettere in giuoco nuovi approcci ancor di più, fino a ieri.

Da quasi due anni Ivan Lo Bello, quarantenne imprenditore siracusano, è alla guida - tra l'altro - dell'unione degli industriali siciliana. L'idea principe del mandato è stata ed è la lotta culturale contro le forze che inficiano la normalità. Ovvero, se pacificamente riconosciamo che quantomeno in una struttura politico-economica come la nostra (europea, italiana, siciliana) in questo momento storico è ragionevolmente impossibile non fare riferimento ad un modello tendenzialmente capitalistico, di scambi su un sempre più democratico mercato, e che ad esso sia per ovvie ragioni legato un criterio che si basi sul merito e sulla sana competizione non possiamo non avere una ricerca spasmodica della certezza del diritto, che garantisca tutto e tutti e che riconosca una sola forza su tutte: lo Stato. Ubi societas ibi ius.

Ma oggi, quando i giovani si accingono all'arena, quando è tempo di giocare le grandi partite, quando il segnale ha finalmente la forza per entrare in tutte le case e convincere culturalmente anche i più restii, per un attimo tutto questo è sembrato cedere, implodere violentemente.

Non si vuol qui ovviamente entrare in un merito composto da un'insieme di troppe verità, forse ben nascoste forse ben visibili, ma è doveroso sperare che - a prescindere dai normali equilibri di convivenza associazionistica - tutto questo non finisca, non si indebolisca di fronte a forze che con ogni probabilità non aspettano altro.

Andrea Messina


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Ultimo aggiornamento Lunedì 15 Settembre 2008 12:35
 

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