Oscuri interessi dietro i crolli in Centro storico? Inquietanti interrogativi PDF Stampa E-mail
Scritto da Benito Macchiarola   
Venerdì 09 Settembre 2011 09:28

IMG_0395Due significativi edifici dell'antico centro diAgrigento, vengono giù in un attimo, senza particolari preavvisi; le macerie dello Schifano vengono rimosse immediatamente, quelle del Lo Jacono giacciono ancora addosso alle abitazioni vicine.

Sullo Schifano non risulta che il comune – proprietario dell'immobile – sia mai intervenuto per interventi di "messa in sicurezza". Il palazzo Lo Jacono invece è stato più "fortunato" in quanto interessato per ben due volte da interventi di "messa in sicurezza" da parte dei tecnici comunali, con un costo complessivo di circa 500 mila euro, interventi che si sono rivelati, nel giro di 2 anni inefficaci ed inutili visto il successivo crollo. Su questo crollo indaga la magistratura che ha ipotizzato il reato di disastro colposo contro ignoti (per il momento), non risultano invece indagini in corso sugli altri crolli.

Da tempo persone di varia estrazione mi proponevano l'ipotesi che il crollo dello Schifano sia stato causato volontariamente anche attraverso l'applicazione di micro cariche nei punti nevralgici. Francamente non sono un esperto in demolizioni e non ho mai dato particolare peso a queste voci fino a quando, rimurginando sulle macerie del palazzo Lo Jacono – che costituiscono da mesi per me elemento di profonde considerazioni sulla capacità amministrativa del nostro sindaco e della pletora di incapaci di cui si circonda – mi riaffiorano elementi accaduti nella notte precedente al crollo a cui, un pò tutti, avevamo dato  giustificazione diversa.

Premessa: l'ultimo intervento di "messa in sicurezza" - trascuro il precedente in quanto si era trattato essenzialmente di una semplice ricucitura con malta dei giunti della muratura – era consistito essenzialmente nella realizzazione di una incastellatura con ferri a doppio T a sostegno del cantone sud in evidente stato di collasso, questa incastellatura era stata bloccata da una serie di tiranti con cavi in acciaio che, probabilmente erano stati ammorsati a terra all'interno dell'edificio.

Ebbene, la notte precedente il crollo, intorno alle 22:00 è stato distintamente sentito, da me e dagli altri abitanti della zona, una serie continua di colpi, quasi di pistola (sembrava la "maschiata" di San Calò); il giorno dopo si concordava che questi colpi secchi erano stati provocati dalla rottura dei cavi che costituivano i tiranti della incastellatura. In effetti, osservando i cavi a vista, ancora presenti, si constata che questi risultano tranciati.

Ma, se, come pare il palazzo è "imploso" nella sua parte centrale e non si è ribaltato verso il lato Sud, quindi verso la incastellatura, i tiranti non sono stati sottoposti a trazione nella fase del crollo, quindi perché dovrebbero aver ceduto almeno 6÷7 ore prima? E, soprattutto, tutti insieme? Quale sollecitazione così repentina ed estremamente localizzata esclusivamente sotto il palazzo, è intervenuta? Casa mia e quella sulla Via Santa Maria dei Greci contengono le macerie da mesi e, salvo piccoli fenomeni visibili, resistono alla sollecitazione non prevista senza evidenti segni di grave dissesto (almeno così appare ad occhio). Possibile che una voragine si sia aperta solo sotto il palazzo che, però, non ha interessato le fondamenta degli edifici prospicienti?

Allora torna in mente l'ipotesi delle micro cariche (e la "maschiata" sentita la sera prima lo confermerebbe) che avrebbero provocato il crollo dello Schifano e, perché no, quello di palazzo Lo Jacono, troppe condizioni lo confermerebbero:

1. entrambi i palazzi sono crollati in un momento in cui la zona era assolutamente deserta, quindi senza il rischio di vittime che avrebbero destato l'attenzione della magistratura (mentre tutti noi gridavamo al miracolo perché l'evento non si era verificato durante la processione del Venerdì Santo, probabilmente l'autore si sentiva Dio).

2. entrambi i palazzi sono crollati senza preventivi segni premonitori (scricchiolii o altro che avrebbero certamente allarmato i vicini) fatto assolutamente inusuale per le strutture in muratura che invece, di norma, cedono a poco a poco (le due pareti "a bandiera" del relitto del palazzo ne sono segno evidente)

A questo punto sorge una domanda lecita: come mai, dopo mesi e mesi, le macerie del palazzo Lo Jacono non si rimuovono rappresentando di volta in volta problematiche e progettualità diverse, il tutto per "rispettare la legge, i tempi e le procedure", come continuamente afferma l'assessore Buscaglia. Può darsi che l'eventuale, ignoto, autore dei gesti scellerati, visto l'intervento della magistratura, si sia preoccupato e, surrettiziamente di volta in volta insinua problematiche nuove, alla ricerca di una via di uscita? Chi, come me, ha seguito, con pedissequa continuità, la vicenda, ricorda tutte le date che, di volta in volta sono state comunicate dal Sindaco per l'inizio dei lavori di rimozione delle macerie e, di volta in volta, disattese: entro fine giugno; entro il 18 luglio; entro fine agosto; da ultimo, per bocca di Buscaglia, entro il 15 settembre.

Non solo ma, dopo avere proposto e ottenuto il 9 giugno l'"autorizzazione" da parte della Procura, di effettuare interventi demolitivi dei relitti del palazzo che costituiscono effettivo pericolo nella fase di rimozione delle macerie, al posto degli interventi conservativi proposti dai consulenti, il progetto viene affidato all'arch. Greco che, con la consulenza di un esperto esterno, propone la soluzione conservativa dei relitti, già proposta dai CTU, ovviando alla collocazione delle incastellature con la realizzazione di fasciature in fibra di carbonio.

Per tutto questo passano altri 2 mesi, si arriva alla fine di agosto quando, viene convocata la conferenza di servizi con il Genio Civile e la Soprintendenza che, secondo le affermazioni del sindaco, hanno collaborato nella stesura del progetto, per l'approvazione del nuovo progetto, nel corso della quale gli organismi interessati danno solo delle autorizzazioni preliminari, da formalizzare in tempi successivi. A dimostrazione che, ad Agrigento, le conferenze di servizi non servono ad accelerare l'iter procedurale ma, soltanto, a fare quattro chiacchiere tra amici. Infine si aspetta ancora l'autorizzazione della Procura, sul nuovo progetto che, ripeto, è ancora diverso da quello proposto a giugno e - ciliegina sulla torta - la presenza del nucleo SAF dei Vigili del Fuoco, per assicurarsi la loro presenza è necessario stipulare una convenzione che deve essere approvata dal Ministero dell'Interno, convenzione che, a tutt'oggi, non sarebbe stata nemmeno stilata.

Così i tempi si allungano interminabili, certamente anche il 15 settembre passerà e qualcuno si inventerà qualche nuova diavoleria. Per mesi ho attribuito questi incomprensibili ritardi al fatto che gli incapaci del comune si erano incartati e non sapevano che pesci pigliare, oggi, alla luce delle ipotesi sopra esposte, mi viene da pensare che esista un disegno criminale per ritardare sine die la rimozione delle macerie. Naturalmente non mi interessa, né mi compete, individuare i responsabili di questo disegno, attori o mandanti che siano, questo è compito precipuo della magistratura a cui affido queste considerazioni nella speranza che possano adeguatamente attenzionare anche questi aspetti oscuri di tutta la vicenda "centro storico".

Preciso comunque che non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello che il sindaco centri in qualche modo in tutto ciò, se le mie ipotesi sono fondate, lo considero semplicemente una vittima, come noi abitanti del quartiere, di un disegno criminale che va oltre la sua persona, che tutto venga ordito alle sue spalle anzi, di volta in volta gli hanno fatto fare figure meschine facendogli affermare tutto e il contrario di tutto, impegni che non hanno mai avuto riscontro, basti rivedere le sue reiterate dichiarazioni in merito all'inizio delle operazioni di rimozione delle macerie.

Certamente sul centro storico di Agrigento vi sono interessi speculativi milionari, più realtà, anche indipendentemente l'una dall'altra perseguono interessi diversi con progettualità a volte disarticolate e divergenti sulle quali, pare, l'amministrazione si è sentita dire "zitta e firma" orientata, a volte, da qualche dirigente interessato.

 

Benito Macchiarola


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